Il filosofo e il tappezziere

massa critica | davide tommaso ferrando rossella ferorelli

Due settimane fa ho partecipato ad un serrato botta-e-risposta sul senso della critica e sul significato dell’architettura con Rossella Ferorelli, curatrice di NIBA, il Network Italiano dei Blogger di Architettura: partendo da una giusta considerazione sollevata da Gianluigi D’Angelo, direttore del portale web di architettura channelbeta, sulla difficoltà di fare vera critica in Italia (a causa di un diffuso malcostume sul quale non credo sia qui necessario indugiare), Rossella ed io ci siamo confrontati su una serie di argomenti che ritengo interessanti, e che ho quindi deciso di pubblicare in questo post.

Dai contenuti del seguente dialogo critico emerge, a mio parere, una significativa opposizione polare tra due modi diversi e probabilmente inconciliabili di intendere l’architettura, riconducibili agli opposti pensieri di Mies van der Rohe – il filosofo – e William Morris – il tappezziere -: se infatti il primo è alla ricerca dell’essenza disciplinare dell’architettura, che fa coincidere storicamente e culturalmente con la costruzione, il secondo riconduce al problema architettonico tutti gli interventi che hanno come risultato una trasformazione fisica della crosta terrestre. Se per Mies van der Rohe l’architettura è arte del costruire (Baukunst) – dunque una cosa, direbbe Morris con sdegno, da «uomini istruiti» -, per Morris è invece l’uomo comune a fare l’architettura giorno per giorno «con il suo spirito e le sue mani» – proprio il tipo di atteggiamento colpevole, secondo Mies, del «caos dei fenomeni» e della «molteplicità delle correnti» dell’architettura del suo tempo.

Quanto scritto qui di seguito è il prodotto di un preciso posizionamento dei due “contendenti” all’interno del rapporto bipolare appena (troppo brevemente) delineato, e sono convinto che possa fornire alcuni spunti di riflessione per chi, oggi, si trova a dover ragionare ed attuare nel campo dell’architettura: al lettore (che per comodità può trovare a questo link una versione stampabile del testo), l’ardua sentenza su chi, tra il filosofo ed il tappezziere, abbia ragione… Buona lettura!

DTF

Il filosofo e il tappezziere
Dialogo critico tra Davide Tommaso Ferrando e Rossella Ferorelli (su un’imbeccata di Gianluigi D’Angelo)

Gianluigi D’Angelo: Spesso la critica in Italia invece che riguardare l’architettura diventa spicciola polemica tra architetti condita di tanta ipocrisia. C’è chi insulta, chi subdolamente ed istrionicamente sguazza nella melma, chi sparla ma solo alle spalle, chi non prende mai posizione, anche quando ci vorrebbe e chi non aspetta altro per dire la sua per togliersi qualche sassolino nella scarpa. […] Il vaso di Pandora tentenna e traballa, tutti sanno cosa c’è dentro ma nessuno osa rovesciarlo…

Davide Tommaso Ferrando: Il problema della critica si risolve facendo critica. Ci sono però una serie di condizioni: la prima è che il critico, per definizione, deve essere inorganico, e cioè non deve appartenere a nessun organo per non avere le mani legate nel momento in cui deve esprimere un giudizio. La seconda è che il critico deve esprimere un giudizio, e non formulare una opinione personale (per definire la differenza tra giudizio ed opinione, qualsiasi trattato di estetica dal ’700 in su va bene). La terza è che il critico deve giudicare le architetture, e non gli architetti – ed oggi si fa stranamente molta confusione tra i due termini. E poi ci sono una serie di problemi. Il primo è che, almeno in Italia, il mercato della critica è molto ridotto – si legge pochissimo, per cui investire denaro nella redazione di testi critici seri spesso non conviene. Il secondo è che gli architetti sono permalosi e chi critica davvero diventa immediatamente scomodo, dunque lavora di meno. Questo ultimo punto ci porta al triste stato della critica in Italia oggi, la maggior parte del tempo ridotta a “curatela” o “redazione”, ottimo modo per non ferire nessuno, o per ferire indirettamente chi non si ha intenzione di coltivare nel proprio orticello.

Rossella Ferorelli: Il punto è che in Italia abbiamo tutti paura della teoria. Perché? Perché sono talmente tanti gli anni nei quali siamo stati incapaci di fare buona pratica, che le priorità tra l’una (la teoria) e l’altra (la pratica) sono state drammaticamente sbilanciate verso la seconda.

Altrimenti detto: siccome da decenni non sappiamo costruire, chiunque sia interessato (anche) ad altro dalla costruzione diventa automaticamente nemico della patria.

DTF: Credo che il discorso sia diverso, nel senso che nessun architetto – nemmeno gli italiani – costruisce indipendentemente da una teoria: formulare un concept, dichiarare la volontà di rispettare il contesto, assicurarsi che la distribuzione degli spazi sia funzionale, etc… sono tutte prese di posizione che hanno una storia ed un dibattito teorico alle spalle, senza i quali non sarebbero nemmeno formulabili. Allora il problema della teoria non è più il “se”, ma il “come”, e cioè: in che modo le scelte teoriche che stanno inevitabilmente alla base di un dato progetto si relazionano con le teorie, e quindi con le costruzioni da esse derivate, che le hanno precedute? Il sapersi posizionare consapevolmente all’interno del periodo storico in cui ci si trova per progettare qualcosa di coerente (non dico bello, né brutto, che è un altro paio di maniche) con lo “spirito del proprio tempo” è – mi sembra – il passo fondamentale che spesso manca agli architetti italiani, a volte troppo autoreferenziali, a volte troppo legati alle forme del passato, a volte troppo dipendenti dalla moda del momento. Koolhaas, solo per fare un esempio positivo, è un grandissimo conoscitore dell’architettura di Le Corbusier, che ha rubato, declinato, citato e sviluppato in molti suoi progetti, senza mai, però, copiarla.

In una conferenza del 1928, Mies – la cui architettura si fondava su un apparato teorico-filosofico estremamente profondo e coerente – disse:

La conoscenza del proprio tempo, dei suoi compiti e dei suoi mezzi, è la premessa necessaria del lavoro architettonico. Non tanto una mancanza di talento, quanto una mancanza di chiarezza su tali relazioni, mi sembra sia la causa dei risultati confusi e inadeguati della nostra architettura attuale. [...] L’uomo è trascinato dentro un vortice. Ogni individuo cerca di cavarsela da solo [...]. Il livello e l’intensità di questa esperienza determinano l’atteggiamento dei singoli. Da qui il caos dei fenomeni, la molteplicità delle correnti.

Secondo me le cose stanno, di nuovo, più o meno in questi termini.

…continua alle pagine 2, 3 e 4 (clicca sotto)

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