Amnesibilia

massa critica | pietro valle

Chi, come me, ha particolarmente apprezzato la Biennale di Venezia di quest’anno, avrà difficoltà a non storcere il naso dopo aver letto questa affilata critica di Pietro Valle all’intera Mostra – da Fundamentals a Monditalia ai Padiglioni Nazionali, ce n’è per tutti. Eppure quello di Valle è un testo importante, perché ci costringe a riflettere – in maniera simile, seppur con strumenti molto diversi da quelli recentemente sfoderati da Valerio Paolo Mosco su doppiozero – sui presupposti e sul risultato di un progetto curatoriale che, a detta di molti, non è riuscito a instaurare un dialogo con i temi e i problemi della contemporaneità. Immagino che Rem Koolhaas fosse al corrente di questo rischio, nel momento in cui prendeva la decisione di far fare alla sua Biennale un tuffo nel passato, e sarebbe interessante capire quante delle sue intenzioni, una volta realizzati i diversi allestimenti, si siano effettivamente concretizzate (e quante no). Resta il fatto che un certo distacco dalla condizione presente (distacco che, saturato dai soliti discorsi sul parametrico e sulle archistar, tutto sommato ho gradito)  è evidentemente riscontrabile: sia in Fundamentals, sia nella maggior parte dei Padiglioni Nazionali, sia nel discorso inaugurale di Koolhaas, che ha placidamente ammesso di non esser riuscito a parlare di temi cruciali quali la speculazione immobiliare, perché troppo complessi. E così, la dimensione della nostalgia per la modernità perduta fa capolino tra queste righe, assumendo i connotati di una plausibile chiave di lettura della Biennale in corso: una volta ridotte a figurine, ci mette in guardia Valle, le immagini del nostro passato recente  smettono di parlarci e si trasformano in oggetti da collezione, perdendo quella funzione critica che permette loro di tornare a far parte dei nostri discorsi.

Davide Tommaso Ferrando

Una strana atmosfera da mercatino del modernariato aleggia per la Biennale Architettura. Rem Koolhaas ha eliminato gli architetti (e il fastidioso effetto da fiera del real estate delle ultime edizioni) ma non è riuscito ad attivare una riflessione sull’influenza di cent’anni di Modernismo nel presente. La maggior parte dei padiglioni ha colto l’invito di Absorbing Modernity 1914-2014 per mettere in scena mostre del passato recente. Radicals, Strutturalismo, Tendenze anni ’70, Megastrutture, ecc…, le avanguardie addomesticate dal medialismo spinto degli ultimi anni sfilano indifferenti. Nessuno ha cercato una relazione con il presente, se ci hanno provato è in modo didascalico come i padiglioni della Grecia o del Brasile con sequenze di fotografie che mostrano una superficiale continuità dell’immagine del Moderno e riducono l’architettura a cartolina. Il Padiglione Italiano di Cino Zucchi è l’epitome della cesura tra passato e presente, diviso schizofrenicamente in una pomposa analisi storica e una superficiale carrellata di attualità: le due parti accuratamente non dialogano tra loro. Perché indulgere nel passato ridotto a collage di frammenti sparsi e non affrontare il presente? Perché anche Koolhaas stesso non cerca le relazioni tra contesti diversi? Fundamentals divide l’architettura in componenti edilizi (scale, tetti, corridoi, finestre, ecc…), ne mostra la modificazione sotto la spinta della modernizzazione, ma non indaga le relazioni tra loro né propone un esito per essi. Non c’è composizione o ricomposizione tra le parti dell’architettura: la pratica dell’accostamento di compartimenti stagni specializzati indifferenti tra loro, indagata già anni fa da Koolhaas nella sua esplorazione della speculazione immobiliare, ha assorbito la disciplina. Altro che Fundamentals, questa Biennale potremmo chiamarla Stock Options….

Le parti sono analizzate superficialmente con una raccolta casuale di reperti, quasi un gabinetto delle curiosità che gioca con gli accostamenti per ricercare un effetto. L’approccio Pop che allinea frammenti di cultura High e Low, ricorda Reyner Banham e il suo Architecture of the Well Tempered Environment o forse una mostra degli Smithson all’Architectural Association attorno al 1960. La cultura di Koolhaas si forma e si ferma lì: lui non ha mai smesso di svuotare i segni di significato per farli scontrare provocatoriamente, ha solo raffinato una pratica straniante presa in prestito da altri lasciando a noi il compito di raccogliere i resti che ha seminato per strada. Il Metodo Critico-Paranoico di Dalì, introdotto in Delirious New York, altro non è che la tecnica dello scoop giornalistico: accoppiare provocatoriamente objets-trouvés per creare notizia. E chi è più giornalista di Koolhaas? La Biennale sembra un gigantesco scrap-book di ritagli, una raccolta di vecchi giornali scandalistici. Le tecniche del assemblaggio e dell’installazione servono solo a metterli in mostra e non a riflettere sul loro significato. Peccato che dopo quarant’anni di ricerca di territori inesplorati da saccheggiare, il collage sia stato appropriato dalla cultura di massa e dalla pratica digitale più disinvolta, riducendo qualsiasi cosa a un’effimera icona sostituibile. La legge del mercato non perdona e Koolhaas sembra essere stato assorbito dalla creatura che ha contribuito a diffondere. La mostruosa proliferazione delle immagini non ricorda più nulla delle fonti da cui provengono e produce una generale amnesia.

La formula di Koolhaas è diventata pratica condivisa: qui è messa in opera da decine di assistenti, ognuno dei quali ha svolto il proprio compitino che si assomma a quello degli altri senza alcuna sintesi condivisa. Persino Monditalia, il ritratto del nostro paese allestito alle Corderie, riduce dei temi con cui leggere il nostro paese (tra altro, interessanti) a un’accozzaglia di installazioni effimere. Inedite analisi si accostano a banalità imbarazzanti e, a volte, sembra che qualsiasi cosa possa servire da spunto per creare una mostra. I piccoli Koolhaas italiani hanno imparato troppo in fretta la lezione è cavalcano un’antropologia dell’effimero che non lascia alcuna traccia dietro di sé.

Troppo facile evocare il Junkspace se di Moderno si doveva parlare. Il problema è che per Koolhaas il Moderno è il Junkspace, è il banchetto degli avanzi, è il baule dei giochi vecchi da cui pescare i pezzi da mettere in scena. Da un lato c’è il cimitero dei segni delle Avanguardie Storiche, dall’altro c’è lui, il curatore generale, il quale, ultimo sopravvissuto sulla terra, sembra il solo deputato a dissotterrarli. L’effetto di questa Biennale è totalmente surreale: Koolhaas non solo nega qualsiasi senso ai segni del Moderno ma non ammette nessun interprete per essi. Si arroga lui solo il diritto di appropriarli, non li elabora ma, allo stesso tempo, non li lascia avvicinare. Il Moderno diventa il cimitero sia dei significati sia degli individui, un punto morto da cui non si può risalire a nulla. Non c’è più architettura e non c’è più spazio per fare gli architetti: questo sembra essere il risultato di una carriera tutta tesa al dissacrare i fenomeni della modernità e che ora è assurta a fenomeno di massa.

Dov’è la contemporaneità in tutto questo? Dov’è lo spazio per una pratica critica che si assume nonostante tutto la responsabilità di progettare e di costruire? Che ruolo c’è per una revisione del passato recente che non sia la sola appropriazione? Se pensavate di trovare queste risposte nella Biennale di Koolhaas, vi invito a rilassarvi e a dimenticare tutto. La formula del 2014 è: Amnesia + Memorabilia = Amnesibilia.

Pietro Valle

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Una replica a “Amnesibilia”

  1. valerio paolo mosco ha detto:

    critica ineccepibile: concordo pienamente e traggo un sospiro di sollievo a pensare di non essere poi tanto da solo che c’è ancora qualcuno che sa smaschaerare gli smascheratori di professione. grazie pietro

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