Francamente non capisco

massa critica | valerio paolo mosco

Non conoscendo l’ambiente romano, ho difficoltà a cogliere molte delle stilettate vibrate in questo articolo, nel quale Valerio Paolo Mosco riflette amaramente sull’attuale stato della cultura capitolina. Allo stesso tempo, mi trovo in disaccordo con alcune delle opinioni qui espresse (come nel caso della poco velata critica a Stalker), il che potrebbe sollevare legittimi dubbi in merito alle ragioni per cui sto pubblicando questo post. Le ragioni sono due. Prima di tutto, mi sembra necessario sostenere la pluralità dei punti di vista, a patto che questi siano in grado di generare, come in questo caso, confronti utili o urgenti. In secondo luogo, mi interessa questo testo perché affronta, seppur brevemente, il non ovvio problema della definizione di ciò in cui l’architettura consista – “gli architetti si occupano di edifici, a questo punto e necessario ricordarlo” -, offrendo sostanza a un punto di vista cui non mi sento più di aderire: non solo perché ritengo, così come già sosteneva Cedric Price, che un edificio non sia necessariamente la miglior soluzione a un problema spaziale, ma anche perché lo stato dell’arte dell’architettura dimostra come il pensiero architettonico possa estendersi ben al di là di quanto canonizzato all’inizio del XX secolo. Senza per questo rinunciare all’idea di architettura come Baukunst, sono sempre più interessato al valore architettonico di quelle che Nishat Awan, Tatjana Schneider e Jeremy Till definiscono spatial agencies, se non altro per il fatto che è soprattutto attraverso di esse che gli architetti riescono ancora a esercitare un ruolo socialmente significativo. DTF    

Giraffa

Roma negli ultimi tempi è in prima pagina, sbattuta in prima pagina. Per prima cosa ci chiediamo dove siano stati finora i giornalisti che oggi si svegliano e finalmente notano un degrado evidente ormai da anni. Sembra di essere tornati ai tempi di Tangentopoli, quando Montanelli si chiedeva chi fossero coloro i quali non sapessero come funzionasse il sistema e a ciò non trovava risposta. Ma il degrado esiste, tangibile e sotto gli occhi di tutti. Non mi interessa in questo scritto dare valutazioni di tipo istituzionali o giudiziarie di cui sono piene le pagine dei giornali, spesso con un qualunquismo accusatorio che solo Il Foglio ha avuto il coraggio di notare. Mi interessa invece portare la mia testimonianza che riguarda un settore circoscritto, ma indicativo, come quelle del così detto mondo della cultura.

A Roma la cultura da ormai quarant’anni è in mano alla sinistra. Facciamo un passo indietro, al 1976, quando tra lo stupore generale, il più famoso storico dell’arte italiano, Giulio Carlo Argan, diventava sindaco della città. Con lui, sempre della squadra PCI, saranno assessori Carlo Aymonino e Renato Nicolini. Inizia allora un periodo che è un fiorire di piani urbanistici, concorsi di architettura (spesso aimè privi di sito) ed eventi culturali spesso di caratura internazionale e ciò in una Roma sotto la morsa del terrorismo e della criminalità organizzata che sembra rispondere a ciò con gallerie d’arte, con il teatro delle Cantine, con l’Estate romana, con il festival dei poeti e altro ancora. Eventi e iniziative spesso criticabili, come qualunque avvenimento sotto la luce del sole, ma che hanno donato alla città non poco. Pensiamo all’Estate romana, uno dei primi esperimenti collettivi per uscire dalla palude degli anni di piombo. Un esperimento audace, protetto dal PCI: un esperimento riuscito, senza dubbio.

Sono passati quarant’anni circa dalla Roma gestita dall’intellighenzia del PCI e la classe dirigente del settore è ancora totalmente di sinistra, ma i nipotini della vecchia guardia, che ormai da anni tengono le fila di non poche cose, lasciano molta egemonia (la latitanza della destra, come quella dei cattolici, è stupefacente) e pochissima cultura. Oggi a Roma università e istituzioni appaiono incapaci di emanciparsi da quel lassismo, da quell’accidia che si rispecchia nei cantieri lasciati a metà, nelle strade dissestate.

Il “degrado” è iniziato negli anni ottanta, negli anni della mia formazione. Ricordo una delle prime lezioni universitarie in cui il docente, messo in cattedra dal partito persino senza che fosse cosciente di ciò, parlava un gergo che solo lui pensava fosse popolare e lo parlava mentre i veri poveri, quelli che abitavano ancora a Trastevere o Testaccio o a Monti, venivano cacciati dalle loro abitazioni per lasciare il posto ad una borghesia sempre meno cosciente dei propri doveri, una borghesia sciatta che si permetteva il vezzo, o il lusso, di mimare i modi e il fraseggio delle classi meno abbienti. In definitiva a Roma quel travestitismo e quella deresponsabilizzazione della classe dirigente, di cui parlano da tempo Giuseppe De Rita, Piero Ostellino, Sergio Romano ed Ernesto Galli della Loggia, si è monumentalizzata fino a diventare materiale per sceneggiature di commedie all’italiana.

Un esempio. Sul finire degli anni novanta e nel decennio successivo sono andati molto di moda gli architetti che invece di occuparsi di costruire edifici che avessero la dignità di essere considerati tali, si sono messi a fare i sociologi hippie andando a fare camminate e festicciole nelle periferie romane ed era tutto un atteggiarsi a curatori dei diseredati, mostrandosi ancor più diseredati di coloro i quali in effetti lo erano. Poi la sera si tornava soddisfatti nelle belle terrazze di Roma nord escogitando modi e maniere per giungere ad accaparrarsi posti istituzionali o, per i più fortunati, ovvero i più conformisti e radicali, a fabbricare pioli per salire la scala della carriera universitaria. Lingua ufficiale di tutto ciò il romanaccio, ovvero una vulgata televisiva di un dialetto ormai perso.

Insomma la Grande bellezza, per chi ha vissuto e continua a vivere tutto ciò, più che un film appare un reportage giornalistico neanche poi tanto crudo. A Roma quindi, in una generazione, è andata sbriciolandosi la morale e l’estetica della borghesia: l’impegno è stato sostituito dal travestitismo e dalla deresponsabilizzazione e ciò persino senza gioia, senza almeno il sorriso beffardo di chi nel mondo, nonostante tutto, se l’è talmente cavata da poter vivere di privilegi. Invece tutti si lamentano come se fossero vittime di un sistema, come se fossero fuori dal Palazzo, mentre invece sono dentro, caso mai al buffet o alla festa danzante al piano terra.

Sappiamo che le professioni liberali come l’architettura si legittimano da sole, sul campo, con attenzione a proteggere il proprio prodotto che, come tutti i prodotti derivati da attività intellettuali, ha un valore labile, facilmente emendabile e sfruttabile. Sappiamo anche che la costruzione di un edificio (gli architetti si occupano di edifici, a questo punto e necessario ricordarlo) comporta forti investimenti e rischi di ogni genere. Ora chi è disposto ad affidare la regia di una operazione del genere a gente che ostenta sgangherato giovanilismo, che parla in gergo nei luoghi istituzionali, che vuole il potere ma non sopporta le responsabilità inerenti allo stesso, che gioca con la cultura bassa con nonchalance urlata? Poiché questo qualcuno non si trova, o se si trova è perché è stato imposto da qualcun altro, allora scatta il lamento che a Roma, più che in altri posti, è del tutto auto assolutorio.

La morale della storia allora è tutta in una successione dinastica su cui riflettere: ad Argan è succeduto……., a Nicolini è succeduto……., a Zevi è succeduto……., a Quaroni è succeduto……, ad Aymonino è succeduto…… a Insolera è succeduto…..: all’ambizione della conquista dell’egemonia culturale della sinistra storica prospettata da Gramsci, è succeduta la conquista dell’egemonia sotto-culturale. Operazione di grande successo, più veloce della prima e più pervasiva: bene o male un capolavoro politico.

Mi chiedo allora: di cosa si lamentano? Del loro successo? Francamente non capisco.

Valerio Paolo Mosco

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