Sui premi d’architettura: opinione vs giudizio

massa critica | davide tommaso ferrando

Nelle ultime settimane ho avuto modo di seguire da vicino gli esiti di alcuni premi e simil-premi d’architettura (italiani e non) i cui verdetti, il più delle volte, non solo mi hanno trovato in disaccordo: mi hanno proprio irritato. Per questo motivo, ho deciso di pubblicare su Zeroundicipiù un trittico di post dedicati a questo tema, che ultimamente sembra occupare l’attenzione degli architetti ancor più che le fragili sorti della loro stessa disciplina.

La scusa per scrivere questo primo post me l’ha data l’esito della seconda edizione del Premio Fondazione Renzo Piano: un evento sul quale, a dire il vero, non avevo intenzione di scrivere, causa i tanti impegni di questo periodo. Poi però succede che uno si informa, dà un’occhiata ai progetti partecipanti, poi alla shortlist, poi ancora ai progetti vincitori, ai commenti della giuria, alle riflessioni del giorno dopo… e alla fine gli viene il mal di pancia.

Premetto che non è mia intenzione schierarmi dalla parte di quello o quell’altro progettista, non mi interessa. Semplicemente non posso fare a meno di notare come, secondo i miei criteri di giudizio, il verdetto finale della giuria risulti quanto meno curioso, per non dire imperscrutabile. Tanto per capirci: due dei tre progetti vincitori, io non li avrei nemmeno inseriti nell’elenco dei finalisti.

Il progetto primo classificato (Dos Architects, Duncan Terrace) consiste nell’ampliamento del piano terreno di un edificio residenziale esistente: una maglia regolare di pilastrini e travi d’acciaio è tamponata in parte da un rivestimento ligneo a listelli orizzontali, che disegna un volume opaco contenente uno studiolo e un bagno, e in parte da una superficie in lastre di vetro, che consente una generosa illuminazione naturale di una cucina-soggiorno retrostante. I temi: opacità-trasparenza, presente-passato, interno-esterno, trattati in maniera tecnicamente pulita, seppur scontata (l’effetto finale è quello di un lounge bar). Le misure: 70 mq di superficie a 1.700 euro/mq. Tutto qui. Un po’ poco, a mio giudizio, come primo premio di un concorso che “esprime particolare attenzione alla tecnica e all’arte del costruire”, soprattutto perché dubito che la trasparentissima copertura di vetro rimanga tale – a meno di continui e dispendiosi interventi di pulizia – sotto l’effetto delle non rare pioggie londinesi.

Non meglio una delle due menzioni (Elisa Dalla Vecchia, Nuova sede Sisma): un’accozzaglia di temi ed elementi presi a prestito dall’International Style del momento – i brise-soleil sfalsati, il volume aggettante tagliato diagonalmente e scavato, gli infissi geometrizzanti, le finestre a nastro, il pattern a fasce orizzontali irregolari del recinto perimetrale, gli interni rigorosamente dipinti di bianco (più qualche parete colorata), la retorica della sostenibilità tramite la certificazione di classe A – composti in maniera disarticolata, per non dire goffa. Pianta banale, sezione non pervenuta, dettagli poco interessanti. Di ben altre dimensioni rispetto al vincitore (3.460 mq) e proporzionalmente un po’ più economico (1.242 euro/mq), questo progetto costituiva una sfida indubbiamente maggiore – realizzare un’architettura industriale di qualità ricorrenado a sistemi costruttivi reperibili sul mercato – ma il risultato, purtroppo, lascia molto a desiderare.

Sul secondo progetto menzionato (Tomas Ghisellini, La corte degli alberi) non è necessario che mi esprima, avendolo pubblicato su questo stesso sito, circa un anno fa.

Questione di gusti? Direi proprio di no. Il giudizio critico non è un’espressione articolata dell’opinione personale, anzi, ne rappresenta l’esatto contrario, dato che il primo deve tendere (anche se non la raggiungerà mai) a una condizione di razionalità e trasferibilità, mentre la seconda può esistere indipendentemente da qualsiasi razionalizzazione. Gusto e opinione, in termini critici, non hanno alcun valore perché, essendo intrinsecamente legati all’incomunicabile soggettività di chi li esprime, non possono entrare a far parte di un dicorso dimostrabile o falsificabile (non a caso, de gustibus non disputandum est). Il giudizio critico, al contrario, è costretto a fondarsi su dati osservabili e verificabili per diventare oggetto di confronto dialettico, perché a prescindere da essi non potrebbe essere nè sostenuto, nè contraddetto. Per questo motivo, il valore di un’opera non dovrebbe essere valutato in base alle inclinazioni personali della giuria, dato che queste cambiano di volta in volta, bensì in base alla realtà materiale dell’opera stessa, ovvero alla sua capacità di risolvere in maniera intelligente, coerente e innovativa i problemi sollevati dal luogo, dal programma, dai materiali, dalla storia, dalla società, dal cliente, dagli stessi architetti, etc.

Ora, secondo questo criterio, ci troviamo di fronte a un progetto (quello dei Dos Architects) con pochi problemi risolti in maniera scontata, e a un progetto (quello di Elisa Dalla Vecchia) con molti problemi affrontati in maniera confusa. E allora come si spiega il loro successo?

La mia impressione è che una serie di logiche altre, rispetto al valore architettonico vero e proprio, abbiano “sporcato” la valutazione dei progetti in lizza: nella fattispecie, mi pare che una miscela di dati contingenti, prettamente legati alle biografie dei tre studi premiati – dati che nulla hanno a che fare con la qualità delle rispettive opere –, abbia esercitato un’indebita influenza sulla giuria (composta, nella prima fase, da quattro membri di PresS/Tletter e quattro membri di RPBW, e nella seconda fase, dal solo Renzo Piano), reindirizzandone l’attenzione verso questioni senza dubbio reali, sebbene di scarso interesse disciplinare. Riassumendo: Dos Architects è uno studio italo-spagnolo con sede a Londra, composto da due giovani architetti conosciutisi a bottega da Norman Foster; Elisa Dalla Vecchia è una giovanissima professionista (classe 1980) che ha ottenuto un incarico diretto da un’impresa; Tomas Ghisellini è un giovane architetto e professore che, negli ultimi anni, ha avuto la bravura di vincere tre concorsi di progettazione, e la fortuna di poter realizzare tutte e tre le sue proposte.

La morale della favola ce la racconta il presidente dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica, Luigi Prestinenza Puglisi, sul suo profilo facebook: “Il premio Fondazione Renzo Piano ci racconta tre cose molto importanti. 1: che oramai molti dei migliori lavori italiani si fanno all’estero (primo premio) 2: che, se un’impresa crede a una giovane e talentuosa progettista, ne esce lei stessa impresa arricchita (secondo premio a pari merito) 3: che, se si facessero concorsi puliti, i giovani li vincerebbero realizzando ottime opere (secondo progetto pari merito).”

Un discorso che (salvo discrepanze sul valore dei progetti in questione) non fa una piega – sono infatti proprio quelle le logiche conclusioni che si possono trarre dall’esito del premio –, ma la disciplina architettonica, con queste considerazioni sui nostri sistemi concorsuali, sulla difficoltà di lavorare in Italia, sul poco spazio dato alle giovani e talentuose progettiste… che cosa c’entra? Non solo, a mio avviso, non c’entra niente, ma soprattutto, sono convinto che questo (per nulla raro) spostamento dell’attenzione dall’opera all’autore non faccia alcun bene all’architettura, perché non permette all’esito del premio in questione di trasformarsi in un discorso esemplare nell’ottica della definizione di un’idea contemporanea e condivisibile di qualità architettonica – ovvero proprio quello che, sempre a mio avviso, qualsiasi premio d’architettura dovrebbe fare.

Le possibili controindicazioni di un sistema di valutazione di questo genere sono, almeno in questo caso, evidenti. È infatti sufficiente entrare nella pagina web dei Dos Architects per rendersi conto della mediocre caratura di gran parte dei loro lavori: esercizi compositivi deboli, in ritardo sui tempi e superficialmente mainstream, che fanno sollevare più di un sopracciglio – almeno per quanto mi riguarda – dal momento che l’esito del premio, in un certo senso, affida al duo italo-spagnolo il compito di rappresentare la cultura progettuale italiana under 40. E se come pare lo stesso Renzo Piano, paradossalmente, ha consigliato ai giovani vincitori di “fare attenzione al salto di scala, poiché è facile perdere il controllo” dopo aver visto i loro lavori… un motivo ci sarà.

Ma è davvero possibile separare, nel momento del giudizio, autore e opera? Questo il tema che cercherò di affrontare nel prossimo post.

Davide Tommaso Ferrando

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2 risposte a “Sui premi d’architettura: opinione vs giudizio”

  1. Sandro Lazier ha detto:

    Bravo.
    Concordo pienamente.

  2. Alessandro Franca ha detto:

    Renzo Piano è stato e resta per me un architetto al quale ispirarsi in tutto e per tutto … però condivido il tuo post e la definizione di giudizio critico

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