Ultimo Pianeta Cervinia

massa critica | pietro valle

1. La città di vacanze del futuro

Alcune località di villeggiatura sorte negli anni Cinquanta e Sessanta in Italia condividono con le città di fondazione imposte dai regimi autoritari dei decenni precedenti un carattere profondamente utopico. Sono città inventate che confrontano siti inviolati contrapponendo un linguaggio ipermoderno alla tabula rasa della natura primigenia. In esse il mito del benessere reso accessibile dal boom economico del secondo dopoguerra si espleta nella definizione del tempo libero e della vacanza di massa. Non casualmente l’immagine del progresso è portata qui all’estremo, quasi a rappresentare la fondazione di una nuova civiltà. Nell’era delle conquiste spaziali, le nuove città delle vacanze assomigliano più a colonie su un nuovo pianeta che a ordinarie conurbazioni. Spesso dimenticano le forme insediative tradizionali e sperimentano una nuova architettura dal linguaggio autonomo che, tuttavia, dissimula un’organizzazione dello spazio segregata. Gli ambienti che questa città ordina sono infatti dati dalla divisione fondiaria del capitalismo liberista con la preferenza per abitazioni ad alta densità che racchiudono appartamenti in proprietà o in affitto. L’involucro esterno e i servizi comuni di questi social condenser inglobano apparentemente alcune delle conquiste sociali del Movimento Moderno -dai sogni della Ville Radieuse all’organizzazione delle colonie estive fasciste- e sembrano recitare la parte della comunità autonoma che definisce una nuova socialità. In realtà portano agli estremi una parcellizzazione dello spazio che parla di individualismo capitalista, di rappresentazione della ricchezza attraverso l’ostentazione della seconda casa, e di un’organizzazione del tempo su base stagionale. Nella tensione dialettica tra l’assoluto dell’edificio-ipercittà e l’occasionalità di tanti spazi divisi, si sperimentano forme dell’abitare inedite che riescono, in alcuni casi, a declinare questa contraddizione in termini propositivi.

Con opportuna accortezza che distanzia il dato storico da considerazioni più generali,  da questi luoghi si possono estrapolare criteri su come relazionare le tre scale del contesto paesaggistico, dell’aggregazione di più abitazioni in un edificio denso e della singola cellula abitativa. Conviene, tuttavia, iniziare questa analisi da un specifico caso studio, circoscritto nello spazio e nel tempo. Queste forme abitative sono, infatti, state irrimediabilmente messe a parte, prima con la crisi economica degli anni Settanta e poi con lo sviluppo di un turismo mobile e occasionale che ripudia la vacanza di massa. Quasi tutte le comunità turistiche di fondazione del secondo dopoguerra hanno conosciuto una graduale dismissione che, malgrado diversi tentativi di resuscitarle, è avanzata inesorabilmente. Oggi appaiono come una sorta di rovina di un futuro che non ha retto al cambiamento dei tempi e si porta appresso un hardware ingombrante e oneroso: l’architettura degli anni in cui furono create.

Ci sono in Italia esempi di nuove città delle vacanze che sottostanno a un disegno unitario come Lignano Pineta con il progetto di Marcello D’Olivo o Corte di Cadore con quello di Edoardo Gellner: in esse si propone un modello insediativo originale ma ripetuto in modo onnicomprensivo. Più spesso, vi sono località di villeggiatura che hanno promosso una sorta di liberismo insediativo e hanno visto sorgere più proposte alternative, a volte di grande originalità. Uno di questi casi è Cervinia, la località sciistica ai piedi del maestoso anfiteatro montano coronato dal Matterhorn-Cervino, nata a metà degli anni Trenta con l’obiettivo di trasformare la frazione rurale di Breuil in un’importante meta sciistica. Come in un romanzo di fantascienza dove un satellite è proiettato alla conquista dello spazio e tocca pianeti remoti, la storia di Cervinia è legata alla creazione di impianti di risalita che raggiungono le cime con soluzioni tecniche sempre più ardite: dalla creazione della funivia Breuil-Plan Maison a cura della Società Cervino nel 1936, alla tappa successiva che saliva tra i ghiacci del Plateau Rosà a cura della ditta Agudio nel 1939, attraverso la realizzazione dell’ardito tratto a campata unica che arrivava sulla cima del Monte Furggen grazie alla promozione del Conte Lora di Torino nel 1952 per giungere fino alla sostituzione di questi primi impianti con funivie sempre più capienti durante tutti gli anni Sessanta e Settanta.

Modello degli impianti di risalita di Cervinia, Museo della Funivia del Furggen

Cervinia conobbe dalla fine della Seconda Guerra Mondiale un boom edilizio incredibile che la trasformò in brevissimo tempo nella città delle vacanze montane della ricca borghesia milanese e torinese. Gradatamente, ai piedi dei trampolini di lancio per le vette, sorgeva a fondovalle una nuova città di edifici alti che sperimentavano soluzioni abitative ad alta densità. Contrariamente ad alte località montane, a Cervinia ci furono poche ville ed edifici bassi, nonché uno scarso desiderio di integrarsi a forme di insediamenti montani presenti nei dintorni. Perché questa autonomia? Innanzitutto Cervinia non doveva confrontarsi con preesistenze: la frazione di Breuil era formata da due malghe e una chiesa: la nuova città partiva quindi da una tabula rasa senza vincoli. L’idea di una nuova comunità a quota duemila spingeva inoltre a sperimentazioni sulla concentrazione di abitazioni e di servizi la quale era considerata più efficiente dal punto di vista dello sfruttamento immobiliare. Cervinia consentiva di sciare in tutte le stagioni dell’anno e sviluppò il concetto dello ski-total: una città autosufficiente a disposizione dello sci dodici mesi all’anno, capace di integrare un uso stagionale ed uno continuo. In questo, essa conobbe uno sviluppo diverso dalla sua città gemella dall’altra parte della valle del Cervino: la svizzera Zermatt la quale aveva un’origine antica e mantenne sempre ben in vista il tessuto edilizio storico e gli insediamenti rurali esistenti accanto agli sviluppi moderni.

La tipologia del condominio multipiano che aveva invaso l’Italia durante la ricostruzione postbellica e gli anni del boom economico venne modificata per contenere alloggi sempre più piccoli, affacci e terrazzi sempre più ampli, spazi di circolazione concentrati e tutti i servizi comuni quali lavanderia, negozi e, spesso, un ristorante, posti all’interno dell’edificio. La torre residenziale tipo di Cervinia, alta dai sei ai dodici piani, assunse i connotati di un’ipercittà verticale, indifferente agli edifici limitrofi. Appare ancora oggi come una pila di piattaforme proiettate in altezza, di compartimenti stagni privi di qualunque spazio di relazione sia all’interno sia nel proprio intorno.

Ipercittà verticale

Lo stacco caratterizza queste strutture, esse non contribuiscono all’insieme urbano perché ognuna diviene insediamento autonomo. La comunità delle torri si estranea dall’idea di città, si eleva al di sopra di essa per guardare le cime, sempre altrove da sé. Il singolo appartamento, la cellula dell’alveare, è fatto levitare con altri su un telaio strutturale spesso in vista che lo proietta in altezza per diversi livelli. La microscala della stanza si proietta sul paesaggio lontano, la vista dall’interno comprende solo la distanza remota. L’abitare si espande oltre alle torri, separato dal luogo dove svolge le sue funzioni. Ingresso, inscatolamento nel tubo cieco dell’ascensore, raggiungimento del loculo privato, proiezione all’esterno con la vista a distanza delle montagne. Gli appartamenti per le vacanze a Cervinia sembrano degli aeroplani statici, volano stando fermi, creano la dimenticanza della propria base d’appoggio. C’è una proporzione tra la ristrettezza dell’abitare e l’estensione dello sguardo. Vivere in un abitacolo ridotto, offre protezione a chi è costantemente esposto alla distanza geografica.

La città che si forma, quasi per risulta, al piede di queste strutture, ha tutte le caratteristiche dell’antiurbanità di una colonia spaziale sorta quasi spontaneamente con l’arrivo di successivi satelliti. Una strada principale pedonale con i negozi non di condominio tiene a malapena insieme il cluster di torri che si assiepano al suo fianco. Dietro a questo asse, l’insieme costruito perde qualsiasi ordine o spazio comune. I condomini sono separati da aree parcheggio e di risulta: basta uscire dal corso principale per trovarsi in un paesaggio costruito ipercompresso senza alcuna distanza di rispetto tra gli affacci e completamente casuale nelle sue declinazioni formali. Non esistono relazioni tra gli edifici se non lo stagliarsi sullo sfondo della montagna che incombe al di sopra di essi: di nuovo l’altrove è l’unico criterio di aggregazione. Cervinia è una città continuamente alienata dal qui ed ora.

2. Costruzione dell’ipercittà su un altro pianeta: sviluppo, involuzione, dismissione

Nella generale tendenza verso l’alto e alla concentrazione dei servizi degli edifici residenziali di Cervinia si distinguono più periodi “stilistici” e tipologie. Ad un esame più attento, l’edilizia moderna del luogo apre un ventaglio di ipotesi parallele e, a volte, alternative. L’impilare in verticale di servizi e abitazioni unifica innanzitutto condomini, case unifamiliari e quelle che potremmo chiamare con una certa approssimazione case alte, edifici che contengono più appartamenti i quali si affrancano dall’idea di torre e offrono aggregazioni miste lineari o a cluster.

Nel periodo che va approssimativamente dalla fine della Seconda Guerra Mondiale all’inizio degli anni Sessanta, gli edifici di Cervinia sono caratterizzati da quello che potremmo chiamare uno strutturalismo analitico che esprime separatamente tutti gli elementi tettonici e costruttivi dell’edificio: il telaio strutturale (quasi sempre uno scheletro in cemento armato), i muri di tamponamento, i rivestimenti dove si impiegano echi di materiali dell’edilizia tradizionale (superfici in assi di legno), le schermature esterne che supportano terrazzi e brise-soleil in cui si ibridano soluzioni ipermoderne e riletture dei telai in tronchi delle baite alpine e i tetti spioventi, spesso decomposti in più unità scalettate. Una tensione descrittiva e divisionista anima questi edifici: in essi la forma finale non sembra importante quanto l’espressionismo di tutte le parti dell’edificio. Anche gli ambienti generali si distinguono dagli appartamenti: essi definiscono il basamento o segnano il coronamento con uno skyline che si distingue dal corpo di fabbrica sottostante. Quello che sembra tener insieme questo patchwork costruttivo è l’astratto reticolo del telaio strutturale: l’ipermodernismo dei primi condomini di Cervinia sembra dichiarare che all’interno delle maglie o dei moduli di un telaio geometrico isotropo, tutto può accadere, quasi esso fosse il supporto di una esposizione di elementi alpini.

Variazioni all’interno del telaio strutturale a vista

Una passeggiata per il centro di Cervinia permette di isolare una collezione di dettagli architettonici dove si incrociano materiali diversi senza tenere conto degli insiemi cui essi appartengono. Gli elementi dislocati sui fronti dei condomini di Cervinia, tuttavia, non sono sempre ordinati con una gerarchia che va dalla struttura alla sovrastruttura ma invertono spesso i ruoli delle parti. Frammentazione, ibridazione dei supporti, zooming degli stessi componenti a scale diverse, intreccio, sovrapposizione: non è così chiaro cosa porta e cosa è portato e così questo Modernismo non è così ortodosso come vuole inizialmente apparire. Come in alcuni esempi complessi del razionalismo italiano che va dagli anni Trenta ai Cinquanta, il telaio di travi e pilastri, reso quasi astratto e “grafico”, si mescola al muro portante e i ruoli della struttura e del rivestimento sono continuamente reversibili.

Struttura modernista, coronamento tradizionale

E’ in questo periodo che si definisce una peculiare forma di rilettura della tradizione architettonica alpina. Innanzitutto, in perfetto stile modernista, vengono assunti elementi dell’architettura vernacolare spontanea, valutati per il loro valore funzionale atemporale, e non di successivi periodi stilistici come lo storicismo ottocentesco o il Liberty: il primitivo e il futuribile si incontrano, o meglio, si ritrovano. Vengono riusati i componenti delle baite alpine: il basamento in pietra che forma l’attacco a terra su cui si aggetta il raccard, il tradizionale volume in legno delle case valdostane, il telaio in antis di tronchi su cui veniva fatto essiccare il fieno, il grande tetto a spioventi con il rivestimento di scandole in pietra. Essi sono decomposti, deformati, resi seriali, distribuiti, appesi e perciò rappresentati sui fronti delle nuove strutture. La città di nuova fondazione permette la ridefinizione anche  della tradizione, la sua ricontestualizzazione in nuovo pianeta. Come nei migliori esempi di dialogo tra Moderno e preesistenze in Italia degli anni Cinquanta, non c’è qui polarizzazione tra contrasto e analogia con la Storia ma ricomposizione a una scala diversa. A Cervinia l’architettura opera con la convinzione di definire una nuova civiltà, anche nella tradizione. Questa comunità non rappresenta il passato, lo rifonda su un altro pianeta, lo affianca alle nuove forme “spaziali” con inedita disinvoltura.

Negli anni Sessanta, seguendo le tendenze megastrutturali di moda nell’architettura internazionale, gli edifici di Cervinia si fanno più muscolari, più organici e deviano parzialmente dalla tipologia a torre. Mentre le residenze dei decenni precedenti tutto sommato sono riducibili a dei contenitori parallelepipedi, ora una forma onnicomprensiva si propone nel ruolo di infrastruttura estesa (un ponte, un viadotto, un contenitore,  una copertura continua, una piattaforma sospesa, un nastro ondulato) e quindi ancor più autonoma delle precedenti. Il decennio infatti preferisce gli edifici lineari con molti livelli o il cluster con un ampia zona verde attorno capace di lasciar apprezzare a distanza l’espressività della struttura.

Mensole brutaliste, inserti tradizionali

I complessi residenziali del periodo si staccano dall’insieme urbano, risalgono i crinali, si pongono in posizioni elevate, definiscono più colonie nella colonia spaziale di Cervinia. Sui fronti non ci sono più aggregati di parti disseminate come nel decennio precedente: tutto è sottoposto alla megaforma principale, la dicotomia struttura-tamponamento si fa più evidente, semmai anche quest’ultimo partecipa al fuori-scala della prima nel misurasi direttamente alla dimensione geografica con elementi brutalisti come mensole marcapiano, sbalzi e aggetti giganti. Le parti comuni non emergono più chiaramente dall’insieme e sono contenute più che dichiarate oppure definiscono un basamento articolato o terrazzato su cui si eleva la struttura principale. Il rapporto con la tradizione si fa più mediato e rigido: le superfici o i telai in legno continuano ad essere impiegati ma non accennano più a precedenti abitativi. Semmai, assumono anch’essi proporzioni eccessive e fuori-scala come gli edifici che li contengono. Quel che interessa ai progettisti non è il confronto con il vernacolare ma semmai con le infrastrutture che si inerpicano sulla montagna per cui gli edifici ambiscono a diventare strade, ponti, piloni, viadotti, dighe, muri di contenimento, parti di un paesaggio “di basamento” abitato.

Nella distribuzione interna questo periodo, apparentemente meno flessibile del precedente, sperimenta soluzioni più innovative. Appartamenti cellulari larghi una sola stanza si articolano in sezione a maisonette, a split-level, a duplex e sono distribuiti da sistemi a corridoio che creano una microcittà interna articolata a più livelli. In essi le stanze d’affaccio si distinguono da un core flessibile che contiene tutti i servizi: non solo i bagni e  le cucine ma anche gli arredi interni con armadi a muro sono già predisposti nelle strutture. L’idea della colonia spaziale si esplicita più compiutamente e l’apparente autonomia di questi complessi si confronta direttamente con l’orografia montana.

La critica sociale degli anni Settanta e il ritorno del passato nel Postmodernismo storicista dei primi anni Ottanta, si mescolano curiosamente a Cervinia. Le megastrutture sono ora sfaccettate in forma di cluster frattali dove ogni appartamento ritorna visibile quasi a dichiarare la partecipazione degli abitanti all’insieme. Quel che contiene il tutto non è più un’infrastruttura ingegneristica ma un grande profilo dalla forma tradizionale (un grande tetto spiovente a capanna che copre il tutto) o la ripetizione di un modulo dell’involucro esterno (per esempio un bow-window). L’incongruità dell’innesto di un esterno rappresentativo su di un impianto distributivo modernista crea curiosi ibridi che mescolano unità e molteplicità.

Ripetizione di un modulo e variazioni

Il connubio finisce, tuttavia, presto: nella logica individualista recente, corridoi e servizi comuni sono troppo promiscui e “socialisti”. Da un certo punto in poi si preferiscono aggregazioni di case a schiera o di miniappartamenti a punto scala comune a tre-quattro appartamenti. In questa architettura, prevalentemente figurativa, scompare sia la sperimentazione modernista, sia la rilettura della tradizione. La prima è ricondotta a schemi familiari e di sicura commerciabilità con proposte distributive impoverite, la seconda è copiata letteralmente, producendo un falso storico.

Rovina della stazione della funivia del Furggen

Gli ultimi tre decenni hanno visto pochissima attività edilizia a Cervinia. Il passare del tempo è leggibile, invece, nella graduale dismissione delle icone moderniste che avevano segnato l’evolversi della città. Le grandi infrastrutture di risalita come la funivia del Furggen sono abbandonate e la carcassa della stazione di base si erge sul profilo della città senza che si abbia il coraggio né di demolirla né di ricontestualizzarla. L’edificio lineare del garage e stazione bus all’ingresso della città, incassato in un avvallo del terreno, giace come una rovina di cemento semisepolta.  Le parti comuni delle torri residenziali sono abbandonate o vendute per negozi “privati” che aprono nuovi accessi indipendenti dall’esterno. Molti condomini sono trasformati in meublé o pluriappartamenti e coloro che li occupano non sono più i borghesi di Milano e Torino che avevano investito nella crescita della città ma ricchi turisti stranieri. Cervinia presenta così le conquiste della sua fondazione ma anche grandi rovine del futuro: sembra stata abbandonata così in fretta che non c’è stato tempo per eliminare gli scarti prodotti dalla crisi. E’ una città dimezzata nei suoi usi che si sposta troppo in fretta per occuparsi dei prodotti materiali della sua opera di colonizzazione del pianeta montagna. Accanto agli edifici ancora utilizzati e alle rovine, troviamo dunque edifici svuotati che rimangono sospesi in un limbo indefinibile. Se lo spazio residenziale era sfruttato al massimo nelle torri dei primi anni dello sviluppo della città, ora appare labile, sfilacciato, eccessivo, metamorfico e non più relazionato agli involucri che occupa.

 

3. Ossessioni ricorrenti

Le architetture dell’epoca d’oro di Cervinia dei diversi periodi che abbiamo tentato di descrivere rivelano aspetti comuni che unificano strutture apparentemente diverse. L’idea di fondare una nuova colonia di edifici verticali ad alta quota non poteva che darsi soluzioni architettoniche estreme. Gli edifici di Cervinia possono essere quindi descritti anche attraverso una tassonomia di ossessioni architettoniche ricorrenti, legate allo sfruttamento turistico, che caratterizzano spazi, forme e strutture. Prima di analizzare compiutamente degli specifici casi di edifici sintomatici del Modernismo Alpino di Cervinia conviene dunque ricapitolarle:

Altezza, verticalità, proiezione: le strutture residenziali di Cervinia sono più alte del comune per proiettarsi verso il paesaggio ed emergere dall’orografia montana. A volte sono realmente alte ma spesso lo sono solo in modo apparente. In molti casi, l’altezza totale nasconde interpiani bassissimi che, impilati, fanno sembrare l’edificio più stratificato di quello che veramente è. L’involucro esterno dissimula spesso edifici tutto sommato tozzi e sgraziati, innalzandoli su apparenti piloni, esibendo costolature verticali, slanciando il coronamento con profili visibili a distanza che mimano coperture apparenti. In altri casi, un grande tetto spiovente a mansarda ingloba gli ultimi piani formando un picco montano artificiale.

Orientamento verso la vista dei monti e verso il sole: assieme all’altezza, l’angolo della vista risulta importante per il comfort (e la vendibilità) degli appartamenti. Vi sono involucri dalla forma planimetrica curvilinea che si aprono a ventaglio verso il sud o il Cervino. Vi sono casi in cui i terrazzi esterni sono angolati rispetto al fronte dell’edificio per “deviare” la vista verso l’affaccio preferenziale. Anche qui sorge il dubbio se l’orientamento dia forma alla casa o diventi un pretesto formale per mostrare un’architettura dinamica che insegue il paesaggio per renderlo esclusivo possesso dei residenti.

Sovrastrutture dell’affaccio esterno: bow-windows, terrazzi, logge, telai appesi che sembrano staccarsi dalla casa diventano una componente importante delle residenze. Anche se il clima di quota duemila è estremamente rigido, l’investimento in questo doppio dell’edificio è grandissimo. Sembra quasi che le torri di Cervinia vogliano proporre un minipaesaggio esterno a tutti i livelli e facciano levitare tanti appezzamenti di terreno artificiale di fronte alle case. Il ruolo rappresentativo di questi elementi è importantissimo: le terrazze o logge di fronte agli involucri promuovono il mito della trasparenza tra interni ed esterni consentendo l’apertura di grandi porte finestre sulle facciate; la stratificazione esterna degli involucri permette di rappresentare la tradizione, investendo in schermi lignei che astraggono l’architettura vernacolare.

Verticalità, rotazione verso la vista e il sole

Rivestimenti, stratificazioni, gusci: la controparte dell’apertura esterna è la protezione contro gli elementi. Sui fronti esposti al vento e opposti al sole, sui coronamenti e sulle coperture appaiono rivestimenti in legno, in intonaco rustico o pietre al grezzo nonché gusci metallici, scudi, carapaci, tetti  mansardati che non vogliono essere tetti. Questi ultimi riprendono le forme delle infrastrutture di risalita e dei veicoli che si muovono sulla neve: gli involucri delle stazioni della funivia, le linee aerodinamiche dei bob, i contrafforti di contenimento della neve. Queste configurazioni offrono da un lato protezione e dall’altro sembrano “schivare” gli elementi che si abbattono sulle case disperdendoli al vento. Anche qui, insieme alla realtà materiale degli edifici, c’è una grossa componente rappresentativa che mostra difese non sempre effettive.

Pesante e leggero: come nei tipi della tradizione vernacolare che tentano di parafrasare in un linguaggio moderno, gli edifici di Cervinia, soprattutto quelli degli anni Cinquanta, presentano quasi sempre una contrapposizione tra parti massicce, espressive e radicate nel terreno e involucri volanti e aerodinamici “appesi” ad esse. E’ come se il dialogo tra montagna e cielo, roccia e neve, orografia e edificio che la colonizza “aggrappandosi” su di essa, debbano essere riprodotti in ogni architettura.

Natura e artificio fuori-scala: nei grandi complessi degli anni Sessanta e Settanta, la contrapposizione tra natura e artificio non si gioca più sul contrasto tra pesante e leggero ma tra pesante naturale e pesante artificiale. Gli edifici sono compresi in megastrutture a vista che sembrano ponti o viadotti e si contrappongono agli accidenti del terreno montano con un voluto fuori-scala. In altri casi, come già accennato, è un grande profilo che contiene l’edificio ed esso si confronta con la dimensione geografica della vallata: ha a volte una forma organica e ambisce a diventare una seconda natura. Negli ultimi epigoni degli anni Settanta è la ripetizione e parallela deformazione di uno stesso elemento a creare una sorta di organicismo frattale dell’edificio che propone al proprio interno le infinite variazioni della forma naturale.

Pesante e leggero, sospeso e incavato

Come si può notare, il sommario elenco delle ossessioni ricorrenti nell’architettura di Cervinia mostra un continuo alternarsi di realtà materiale e rappresentazione della stessa. E’ come se questi edifici portassero al culmine la tensione modernista tra verità funzionale, realtà costruttiva e forma rappresentativa. E’ su questo scivoloso campo di analisi che bisogna indagare tre architetture residenziali d’eccezione che sorgono negli anni d’oro della crescita di Cervinia.

 

4. Tre paradigmi, tre eccezioni

La Casa del Sole del 1947-53 di Carlo Mollino, Il Rifugio Pirovano del 1946 di Franco Albini e il Condominio Cieloalto del 1974-78 di Francesco Dolza radicalizzano i temi architettonici dell’architettura residenziale di Cervinia finora analizzati in successivi periodi storici. Allo stesso tempo offrono soluzioni alternative ad alcune delle ossessioni ricorrenti che in altri condomini rischiavano di trasformarsi in opportunistici cliché per architetture commerciali. In questi edifici è quindi riconoscibile la matrice del luogo e la sua critica: essi sono paradigmi ed eccezioni allo stesso tempo.

Casa del Sole, fronte sud con telaio e terrazze

La Casa del Sole è forse il più modernista degli edifici realizzati da Carlo Mollino, enfant terrible dell’architettura Torinese, noto per le sue strutture organiche legate alle forme aerodinamiche, per le sue garconnieres scenografiche e per i suoi arredi neo Art Nouveau. Una esile torre di cemento di nove piani con struttura in cemento armato si erge dal paesaggio, è sormontata da una sorprendente capanna  di legno che fuoriesce a sbalzo dal coronamento ed è inquadrata sul fronte principale da un telaio inclinato che supporta i terrazzi, sempre più profondi man mano che si sale. I venti appartamenti del condominio sono progettati con i criteri del moderno residence con diverse parti comuni: servizio di ristorante, lavanderia, market, garage e portineria. Una cura speciale è dedicata agli elementi di arredo, realizzati su disegno: attorno a surreali camini a forma di pipa sono disposte sedie e tavolo con linee curvilinee ricavate da un unico blocco di legno. Il letto matrimoniale è composto da una coppia di letti singoli che possono anche essere impilati a castello mentre gli armadi sono ricavati e scompaiono nelle boiseries.

L’edificio parte dagli studi per un villaggio in verticale abbozzati da Mollino per il “centro sportivo quota 2600” già dal 1939. In opposizione al concetto folcloristico del villaggio di châlets questa architettura doveva essere “Un filtro dove si entra cittadini e si esce sciatori” che ribadiva il connubio architettura di montagna uguale ipercittà con la proposta di una costruzione alta dominante sul paesaggio.

Casa del Sole, fronte nord, capanna a sbalzo

Il grattacielo e la capanna sovrapposta, il blocco murario e il telaio inclinato con terrazzi aerodinamici, il fronte trasparente e i fianchi ciechi rivestiti in pietra: la Casa del Sole parla attraverso i contrasti, monta e giustappone elementi diversi l’uno sull’altro. Le ossessioni ricorrenti sono esplicate in modo radicale: la tensione verso l’altezza è incarnata dalla snellezza dell’edificio e dalla capanna in bilico sulla sommità che appare come un rifugio abbarbicato su una cima montana; la cellula atterrata sul tetto è materialmente staccata dall’edificio grazie al suo fragile guscio di legno; la proiezione verso l’esterno è descritta dal telaio appeso alla casa che, con la sua inclinazione, sembra quasi sul punto di cadere; i terrazzi appaiono appoggiati trasversalmente su questa struttura aerea e sembrano volar via verso il sole e i monti.

Il blocco principale, il telaio e i terrazzi sono astratti e figurativi allo stesso tempo. Si possono leggere come un parallelepipedo, un telaio ortogonale e dei piani lineari ma sono anche un monte roccioso rivestito di pietra grezza, uno scheletro osteomorfo (si noti lo snodo “a rotula” che separa i montanti del telaio ad ogni livello) e delle ali d’aereo affusolate. Le stratificazioni costruttive sono dichiarate da giunti aperti che separano i diversi materiali e l’edificio sembra quasi operare una vera e propria autodissezione anatomica. La capanna in sommità è un guscio chiuso sui tre lati ma aperto sul fronte e quindi passante come un tunnel del vento; il blocco principale è serrato tra le due lame di muro cieche rivestite in pietra ma completamente aperto sui fronti con finestre a nastro; lo scheletro del telaio con terrazzi emerge da questa campata aperta come se l’edificio dichiarasse la propria struttura ossea.

Casa del Sole, muro, telaio, terrazzi sospesi, capanna

In questi contrasti, gli elementi dell’architettura tradizionale e le loro relazioni (blocco di pietra con raccard di legno sospeso, telaio di legno sul fronte per l’essicatura, tetto staccato dal volume principale) sono accennati ma realizzati con strutture e proporzioni completamente diverse. In questo, la Casa del Sole si discosta dalle altre strutture montane di Mollino (si pensi alla Sciovia del Lago Nero a Salice D’Ulzio, ad esempio) in quanto la sua figurazione non ha mai una fonte diretta (in quel caso, erano le baite tradizionali) ma opera attraverso un surreale accostamento di objets trouvees che richiamano l’architettura alpina in modo onirico e allusivo. Sono forse le forme della dinamica dello sci, studiate da Mollino in un suo libro con bellissimi diagrammi di movimento, a dare configurazione alle parti della Casa del Sole. In esse la montagna è contrastata con forme che offrono minore resistenza al vento, alla gravità e alla neve. La civiltà della macchina si lega alla natura con meccanismi che sfruttano la dinamica delle sue forze e in questo connubio si incarna la simbiosi tra futuro e montagna su cui è fondata Cervinia.

In questa rappresentazione, la Casa del Sole supera tutti i paralleli e successivi tentativi di inquadrare elementi della tradizione nell’astratto telaio della costruzione moderna presenti a Cervinia proprio perché rifiuta l’opposizione astratto/figurativo o moderno/tradizionale ricomponendoli in una nuova dimensione immaginaria. Anche la stratificazione degli interni con il contrasto muro/boiseries/elementi di arredo, compone un teatro in cui il primo è un analogo del paesaggio, la seconda è una quinta teatrale che compone più scene e i terzi sono personaggi mobili, alla stregua degli utilizzatori di questi spazi, quelli che Mollino chiama i “futuri clienti sconosciuti”. Per loro, egli inscena un’analogia della colonizzazione della montagna con oggetti e spazi che sono allo stesso tempo funzionali e onirici.

Rifugio Pirovano, fronte ovest

L’Albergo-Rifugio per Ragazzi Pirovano di Franco Albini è ancor più della Casa del Sole un’eccezione rispetto all’edilizia del boom di Cervinia, ma proprio per questo può servire come termine di paragone. Giuseppe Pirovano, famosa guida alpina dell’epoca e maestro di fiducia di Albini, gli commissiona nel 1946 una casa per la sua famiglia a Cervinia, con annessa sede della sua scuola di sci, incarico che si trasforma poi nel progetto per un albergo-rifugio per ragazzi. Vi è quindi una casa unifamiliare come punto di partenza che si trasforma poi in rifugio-albergo: l’individuale e il collettivo sono fatti convivere.

L’edificio è posto su un ripido declivio ed è servito dalla stessa strada che sale con tornanti a livelli diversi sui due fronti. Se il punto di partenza è una semplice baita di legno dal sapore tradizionale, Albini la trasforma in un esercizio di scomposizione in livelli diversi. Sul lato ovest, affacciato verso Cervinia, abbiamo la base funzionale che contiene i negozi e il locale caldaia al piano terreno, l’ingresso, i ripostigli e la cucina al primo piano serviti da un sentiero pedonale. Vi è poi un primo deck di legno supportato da quattro alte colonne cilindriche di pietra che divide il basamento dal livello con il soggiorno che si estende a sud con un ampio solarium. Le camere da letto e i dormitori comuni sono poste al terzo piano e nel sottotetto: anch’esse sono circondate da un terrazzo ligneo a sbalzo che si estende verso l’ingresso a monte sul lato est.

Rifugio Pirovano, angolo nord-ovest

Se la forma generale è quella di un semplice parallelepipedo di legno sormontato da un tetto a due falde con scandole in pietra, Albini lo articola planimetricamente in tre campate angolate a zig-zag sui fronti. Anche il tetto è inclinato sulle linee di colmo e di gronda a formare un curioso ibrido tra una copertura tradizionale a due falde e tre sheds. Le  proiezioni del fronte sembrano quasi dei bow-window che creano delle nicchie dove si inseriscono le colonne in pietra, staccate dalla facciata. In ognuna di questa nicchie, le aperture esterne si articolano in una finestra con soprafinestra con affiancata una portafinestra a tutta altezza.

Le colonne in pietra, la capanna in legno e il tetto a falde richiamano la costruzione delle baite valdostane con il raccard sospeso per favorire l’areazione verticale: su questa analogia tettonica e funzionale ha insistito la critica per parlare di un recupero dell’architettura vernacolare da parte del Moderno. L’analogia esiste ma è solo superficiale: in realtà il Rifugio Pirovano è un macchina molto più complessa e inserisce una molteplicità moderna in un guscio solo apparentemente tradizionale. Innanzitutto, il rifugio Pirovano nega che il condominio multipiano sia l’unica tipologia per promuovere lo sviluppo di Cervinia: esso parte dalla casa singola come matrice edilizia e, in più, da un’analogia con le baite rurali senza cadere in alcun folclorismo nostalgico. Inserisce all’interno di questo modulo di piccola scala delle caratteristiche tettoniche e dimensionali che lo rendono leggibile in più modi e patibile di futuri sviluppi a formare un possibile tessuto edilizio.

Rifugio Pirovano e Casa del Sole

Il rifugio Pirovano è allo stesso tempo una singola baita in legno di sapore tradizionale, tre case a schiera estensibili longitudinalmente, una pila di livelli sovrapposti che lo fanno sembrare quasi un grattacielo multifunzionale in miniatura (l’effetto di stratificazione verticale è accentuato dalla presenza delle finestre con soprafinestra che segnano due livelli in facciata per ogni livello reale) e un’infrastruttura gigante che “contiene” il declivio con colonne e deck, abitata al di sotto (con le parti funzionali) e al di sopra di esso (con la casa sospesa).

I temi della levitazione verticale (con le colonne che sospendono il deck e la stratificazione di  più livelli), della proiezione verso il paesaggio (con la casa aggettante e il deck), del pesante e leggero (con le colonne in pietra e il guscio di legno) e del grande e piccolo (la minuscola baita sospesa su supporti giganti) sono tutti declinati in modo da lasciare aperta la lettura di più dimensioni compresenti. Il Rifugio Pirovano vuole apparire anch’esso come una microcittà ma non più attraverso la moltiplicazione verticale di più livelli divisi bensì con l’articolazione della singola casa: in questo riporta alla scala dell’alloggio il compito di dialogare con il paesaggio montano.

Il tema della stratificazione e della sospensione di più strutture tenute in equilibrio lega per analogia (ma non per similitudine formale) il Rifugio Pirovano ad altri progetti di Albini: la levitazione dei suoi allestimenti museali, la compresenza di più sistemi tettonici della Rinascente di Roma. In esso sono presenti accenni di analisi strutturalista degli spazi che saranno introdotti anni dopo nel dibattito architettonico (l’edificio both/and di Aldo Van Eyck) e accenni megastrutturali riportati alla scala della singola casa (le colonne, il deck, la baita) senza che essa debba assumere i connotati di un fuori-scala ingegneristico come avverrà in molti condomini a Cervinia nei decenni successivi (e in ciò, Albini risolve in anticipo molte delle contraddizioni dell’ottimismo tecnologico degli anni Sessanta). Nel suo rimanere inascoltato, Il Rifugio Pirovano è la vera eccezione al boom edilizio di Cervinia degli anni Cinquanta, molto più della Casa del Sole, la quale fungerà da matrice per molte imitazioni. Nel suo proiettarsi all’esterno verso una possibile crescita, si può leggere una preoccupazione per lo sviluppo a grande scala che impernia il singolo edificio e che nei coevi condomini a torre non è  quasi mai presente.

Cielo alto, veduta generale con Circus e Schuss I

Il complesso di condomini Cieloalto di Francesco Dolza del 1974-78 è il canto di cigno delle megastrutture degli anni Sessanta a Cervinia e l’unica alternativa credibile allo sviluppo verticale degli anni Cinquanta e di quello successivo degli anni Ottanta-Novanta. Dolza (1925-2005) non è conosciuto come Mollino e Albini, il suo nome non è scritto nella storia dell’architettura italiana. Torinese, coetaneo e amico di Gabetti & Isola e di Giorgio Raineri, egli è, tuttavia, una figura di solido professionista, impegnato in edifici di grande scala e nel campo dell’industrializzazione edilizia all’interno dell’impresa di famiglia con a suo nome una serie di interessanti realizzazioni nel campo residenziale e terziario che cercano di uscire dagli schemi di un anonimo International Style attraverso l’innovazione costruttiva e tipologica.

Cieloalto è un’operazione immobiliare di grande scala che cerca di appropriare la montagna come un’estensione della città e dei suoi comfort concentrando residenze e servizi. Il complesso, separato da Cervinia e posto su di un costone sovrastante la città, è formato da tre giganteschi condomini lineari a profilo variabile che contengono nell’insieme più di 450 appartamenti con un altezza massima di dieci livelli. Due successive torri a pianta spiraliforme di eguale altezza (chiamate Escargot) realizzate più tardi completano il complesso. Per numero di abitanti e ricchezza dei servizi (tre livelli di garage interrati, negozi, bar, ristorante, ufficio postale, rimessa degli sci, seggiovia con pista di sci alla base del condominio più a valle) Cieloalto si pone in totale autonomia e in diretta competizione con Cervinia stessa: è una città in sé e non sembra aver bisogno della presenza dell’insediamento esistente ai suoi piedi.

Cieloalto, Circus, inverno

L’integrazione dell’enorme scala dei tre condomini lineari nel paesaggio è gestita in modo da non fare mai apparire ognuno di loro nella sua interezza: Cieloalto sceglie di mimetizzarsi nel paesaggio sfruttando affacci e viste. La megastruttura lineare diviene una dorsale dal profilo ondulato e compie una serie di anse con la sua planimetria sinuosa in modo da aprirsi verso più orientamenti. Ognuno dei tre condomini appare come un enorme serpentone che alternativamente si tuffa e emerge dal terreno. L’attacco a terra segue l’orografia del bosco sul crinale, lasciata il più possibile intoccata. Gli ingressi seguono i dislivelli esterni e sono quindi posti a diversi piani. L’interno è organizzato in alloggi doppio affaccio con split-level serviti da un corridoio centrale ogni due piani: ognuno degli appartamenti ha dunque viste e distacchi da due paesaggi completamente diversi sui due fronti.

Il condominio più a valle (chiamato Circus), si estende oltre al corpo lineare in una serie di livelli ad anfiteatro che definiscono un basamento complesso ed ha le costolature verticali di cemento a vista a sezione curvilinea in modo da formare dei terrazzamenti verso sud-ovest. I due condomini più in alto (chiamati Schuss I e II), sono invece completamente lineari. Il reticolo strutturale di cemento brutalista a vista è alternativamente scavato da logge rivestite di legno o tamponato con pannelli prefabbricati. Il grande profilo di coronamento taglia l’ortogonalità del reticolo e definisce un tetto rivestito in metallo che appare come un gigantesco trampolino da sci ed è scavato qua e là da terrazze a vasca o logge degradanti diventando una vera e propria quinta facciata attiva o, meglio, un tetto-paesaggio.

Cieloalto, Schuss I, facciata nord

L’integrazione dell’orografia naturale e di una tipologia lineare deformata che pare seguire le discontinuità del sito (anche i corridoi di distribuzione interni sono caratterizzati da tratti ad altezze diverse uniti da rampe) risulta in una delle più riuscite gestioni della grande scala mai viste in quegli anni. La nuova città montana di Cieloalto è come un autostrada che contiene l’abitato in sé. Attraverso ponti, gallerie e viadotti, essa attraversa la montagna mediando il suo impatto con essa e offrendo molteplici viste e approdi sui propri dislivelli. La megastruttura si divide, non si offre mai nella sua unicità e sceglie di non avere un rapporto unico con il declivio circostante.

Cieloalto, segue alcuni esempi di villaggi turistici francesi dei tardi anni Sessanta, prende la tipologia lineare dell’edificio paesaggio di Le Corbusier del Plan Obus e dell’Unitè d’Habitation e la deforma in sezione fino a farla diventare un superpaesaggio dal profilo continuamente variato. Esso assume le sembianze di un dorsale artificiale che sale e scende: questa caratteristica non rimane, tuttavia, isolata come nel Byker Wall di Ralph Erskine, un’altra megastruttura lineare di quegli anni. E’ invece fatta interagire con le discontinuità del terreno per fare scomparire il fuori-scala dell’insieme in una serie di scorci. Ogni appartamento guarda il paesaggio mentre il condominio non è mai visto nella sua interezza. In questo, i tre edifici lineari di Cieloalto superano la dicotomia tra lineare e a torre per diventare tipologia a sezione longitudinale continuamente variata. Le due torri con pianta a spirale costruite più tardi e poste a monte del complesso, pur innovative nella distribuzione verticale, appaiono tradizionali e staccate dal terreno in confronto con i condomini lineari.

Gli appartamenti, tutti a doppio affaccio, si trovano ad altezze diverse sui due fronti instaurando una visione complessa del rapporto tra edificio, sito e terreno. Il core centrale formato dal corridoio di distribuzione, dai bagni e dalle cucine, permette qui una totale libertà di accessi, affacci, chiusure o aperture. I fronti alternano scheletro a vista con logge scavate e tamponamenti appesi a filo che formano un pattern irregolare di trasparenza e opacità. E’ come se a Cieloalto tutto quello che è contenuto sotto il grande profilo a saliscendi possa cambiare senza modificare la generale ricchezza di relazioni che l’edificio offre.

Cieloalto, Schuss II

I temi dell’elevazione, delle proiezioni, della chiusura o apertura, del pesante e del leggero sono a Cieloalto tutti incorporati nel profilo variabile inserito nel paesaggio. La grande scala non diventa, tuttavia, mai fuori-scala ma riesce ad offrire spazi sorprendentemente intimi per un colosso di queste dimensioni. Se confrontiamo Cieloalto con simili condomini lineari brutalisti degli anni Sessanta o con successivi complessi inseriti in un grande profilo non mediato con il terreno, scopriamo che esso è felicemente sfuggente. L’ultima architettura di grande scala costruita a Cervinia dichiara la sua disponibilità a costruire il paesaggio nell’integrazione tra elemento artificiale (l’abitazione) e terreno naturale: la base lunare non si appoggia più sul terreno, si è integrata in esso, è stata finalmente assorbita. Le realizzazioni residenziali successive a Cervinia, anche in questo caso, non seguiranno la ricchezza di soluzioni e di letture presenti in questo complesso.

E’ come se la Casa del Sole, il Rifugio Pirovano e Cieloalto definiscano dei paradigmi per costruire l’architettura residenziale moderna in montagna ma essi rimangano inconclusi, parzializzati o appropriati per parti. Con l’intervento di Dolza si chiude, forse per sempre, l’avventura della fondazione di un’ipercittà sulle Alpi, finita troppo presto e, forse, prima che questi tre esempi potessero portare altri frutti a compimento. In un panorama come quello attuale, segnato dal ritorno alle imitazioni tradizionali di sapore folcloristico, dai vincoli paesaggistici e dal poco coraggio imprenditoriale, vale forse la pena ricordare che il paesaggio si costruisce, non si trova già fatto e pronto da conservare. Cervinia, anche se con molteplici contraddizioni, aveva tentato di inventare un luogo dove architettura moderna e ambiente naturale potessero dialogare senza mediazioni. Oggi, nel crepuscolo di quelle speranze, vale forse la pena ricordare quali potenzialità l’architettura ha avuto e, forse, ha perso.

Pietro Valle
(pietrovalle@hotmail.com)

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4 risposte a “Ultimo Pianeta Cervinia”

  1. Alma gesto ha detto:

    Bellissimo articolo. Davvero notevole e impressionante. Complimenti.
    Io ho sempre amato Cervinia per queste sue assurde caratteristica ma non ne conoscevo la storia così bene. Spero che continuerai a scrivere.

  2. […] “Qua non c’era nulla”, dice la signora Graziella dietro il banco del suo Bazar Boutique nella via principale di Cervinia, una donna oltre i sessanta, energica con l’accento locale, ha una bella permanente e una tintura rosata abbastanza originale. Mi faccio prendere un po’ per il culo, lei è socievole, con un’accento locale, mi racconta di quando c’erano solo poche case a Cervinia e probabilmente lei era una teen-ager. Sono entrato nel suo negozietto di souvenir attirato da alcune cartoline anni 50’ che lei tiene ad arrostire al sole davanti all’ingresso, “ce ne sono anche altre più giovani eh!” mi aveva detto dall’entrata e subito ci avevo attaccato discorso. “Questo è stato il primo che hanno costruito a Cervinia” col dito indica la “Casa del Sole” di Moretti: bella, appena costruita, in un bianco e nero in stampa lucida, di fianco l’hotel Astoria ha ancora l’aspetto di una grande baita e gaia tiene per mano la Casa di Moretti. Sul margine della cartolina spunta l’albergo rifugio Pirovano di Franco Albini,  dietro, l’albergo Gran Baita oggi in rovina. A Graziella non piace la valanga di condomini che si è abbattuta su Cervinia negli anni 60’ e si rammarica del tetto piatto del nuovo hotel Astoria. E’ innegabile che  la cittadina abbia avuto uno sviluppo veloce e un po’ disordinato ma il complesso è singolare e affascinante, la grande occasione di poter costruire dal nulla una città verticale. Oggi è un campionario stilistico, temi e caratteristiche ricorrenti di un architettura dello svago che ha caratterizzato gli anni d’oro di Cervinia (per un approfondimento vedi l’esauriente articolo  http://www.zeroundicipiu.it/2012/10/17/ultimo-pianeta-cervinia/#). […]

  3. SALVATORE CANCELLIERE ha detto:

    INTERESSANTE

  4. Marco ha detto:

    Quella nella foto non è la stazione della funivia del furggen ma di quella che da cervinia andava a plain maison. La funivia del furggen partiva poi proprio da plain maison. Mi pare che la stazione a valle fosse quella dove adesso hanno messo davanti un cartellone pubblicitario, ma è passato molto tempo e potrei sbagliarmi.
    Detto questo devo dire che a me le stazioni dismesse delle funivie piacciono solo quando sono un segno degli impianti che furono, come quelle del furggen (quella di monte la considero un monumento storico) ma anche le intermedie delle due funivie che andavano a plateau rosa e che ora sono state sostituite con altri impianti.
    Invece in paese quel rudere non ha senso, da un idea di degrado che per una stazione turistica non è accettabile.

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